Un amico ha condiviso su Facebook un post di Marco Borzacconi che a mio avviso solleva una questione molto interessante e abbastanza delicata da giustificare una riflessione in un articolo a sé. Il post in questione è a sua volta una risposta ad un articolo di David DuChemin che affronta in maniera analitica l’inutilità dell’usanza di commentare una foto pubblicata sul web con un generico “nice capture!” o “good job!”, commenti di cui i due autori lamentano la scarsa – se non addirittura nulla – utilità.

È ovvio che in questi casi colui che commenta lo fa soltanto per testimoniare il suo passaggio, né più né meno come si farebbe nella vita reale dando una pacca sulla spalla con un confortante “continua così“, e spesso lo fa solo nella speranza che l’autore della foto, visto il commento, capiti sul sito del commentatore. Il problema è che spesso, molto spesso, questa pacca viene data su ciò che si pubblica per tutto e per il contrario di tutto, perdendo così anche il minimo valore che avesse potuto possedere se usata con parsimonia.

Non solo: in definitiva, cosa si commenta a fare? Insomma, un generico “Good Job” non basta, vero. Ma anche un’osservazione del seguente tipo potrebbe essere fuori luogo, perché ciò che per il commentatore è una svista o “un errore” potrebbe – anzi, dovrebbe – essere l’essenza consapevole della composizione:

(Cito l’esempio riportato)
Commentatore: “Se fosse stata una mia foto, io avrei cercato di non inquadrare quell’ombrellone che distoglie l’attenzione dall’alieno nudo sulla spiaggia
Fotografo: “Ma zitto va, quel maledetto esibizionista mi ha rovinato tutte le mie splendide foto di quell’ombrellone

Una critica parte sempre da una soggettività diversa da quella del fotografo. Chi critica una foto non ha la stessa formazione culturale, né ha vissuto la stessa vita di chi ha scattato la foto. In altre parole il commentatore perde praticamente il diritto a commentare, perché – ammesso che non se ne esca con il solito “good job!” – è come se parlasse di mele quando il fotografo voleva invece parlare di pere.

Partendo da questi presupposti, infatti, DuChemin arriva alla conclusione che bisognerebbe parlare meno e scattare di più. E questo lo capisco: ci sono troppi commenti in giro per il web e quasi sempre non solo non apportano alcuna miglioria al modo di “fare fotografia” – che rimane sempre e comunque un percorso principalmente interiore – ma soprattutto non vengono neanche mai letti! Siamo finiti precisi precisi nella definizione di spam.

– INTERVALLO CLICCABILE –
(se siete arrivati fin qui ve lo siete meritato :)

La mia riflessione qui si biforca in due grandi argomenti:

  1. Ma allora, che si commenta a fare?
  2. Scattare di più, dunque. Ok. E poi?

1. Ma allora, che si commenta a fare?

Che ne facciamo dei milioni di photoblog in giro per il mondo, senza contare i social network?

Perché è chiaro che se ci sono i blog è solo perché il fotografo vuole mostrare le proprie opere, è nel suo DNA, e il web è lo strumento per eccellenza per aiutarlo a divulgarle. I social network fanno opportunisticamente leva su questo bisogno e mettono a disposizione piattaforme per far sì che i fotografi espletino il loro bisogno.

E quasi tutti i fotografi digitali sono vittima di questo stato delle cose, incluso me, David DuChemin e molto probabilmente anche tu che stai leggendo. Ché se non volessimo farci notare non staremmo qui a scrivere su un foglio elettronico ma saremmo – appunto – là fuori a scattare bellissime fotografie.

Conseguenza di tutto ciò, è che se un fotografo si espone non può evitare i commenti: utili o inutili che siano fanno parte del gioco e ci dovrà convivere, o ci troveremmo in una enorme città virtuale con milioni di bellissime vetrine e nessuno che ne parla, o peggio ancora dove ognuno guarda solo la propria elogiandola ad altre persone che a loro volta non ascoltano perché sono intenti a guardare la propria vetrina.

2. Scattare di più, dunque. Ok. E poi?

E poi CONDIVIDETE.

Il web è una manna dal cielo, può far saettare l’ispirazione da 0 a 100 in un secondo, basta avere davanti agli occhi la giusta suggestione.

Se un commento può non avere valore, perché le anime sono incommensurabili tra loro (diversa cultura, sensibilità, tecnica, ecc.), la contaminazione non è mai inutile! Il problema più grande oggi sul tema fotografia non sono tanto i commenti quanto il fatto che in giro si trovano “sempre le solite foto”. Scattate con macchine diverse e da persone diverse, sì, ma la encomiabile differenza di intento nell’espressione artistica di molti fotografi finiscono spessissimo in opere di mainstream, producendo appunto “sempre la solita immagine”, benché esse siano apparentemente diverse.

E questo succede perché nelle foto che una persona scatta si vede non solo il soggetto della foto, ma anche il suo gusto cinematografico, la trasmissione TV che vede più di frequente, i libri che ha letto (e soprattutto quelli che non ha letto) e tutto ciò che ci arricchisce/impoverisce culturalmente. Parafrasando una famosa massima, si può dire che sei le foto che scatti.

La condivisione e la diffusione delle immagini del più svariato tipo, contribuisce a formare una propria identità critica, che porta ad una produzione personale più ricca e creativa e può persino portare alla capacità di commentare “costruttivamente (qualunque cosa voglia dire) in giro per i blog.

 

In conclusione, condividendo un’immagine si fanno al contempo tre cose:

  • Il miglior complimento possibile all’autore;
  • Il miglior dono possibile a coloro che di quell’immagine potrebbero beneficiare;
  • Aumento la probabilità di rivedere ciò che ho gradito dell’immagine condivisa in opere di terzi che circoleranno in un futuro prossimo, rendendo felice anche me.

A mio parere la contaminazione di generi e idee, il rinnovo dell’ispirazione e una costante ricerca interiore rimangono le uniche vie di salvezza per l’arte visiva del futuro, che si tratti di fotografia o di altro. D’altra parte, la circolazione delle idee è ciò che da sempre ha contribuito maggiormente al rinnovo dei generi artistici.

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